domenica 22 marzo 2015

Cose da fare perchè mi va: fare a testate con una capretta.




1- Fare a testate con una capretta.


Ricordo di averlo visto fare in tv, in uno di qui programmi che mostrano filmati idioti.

“Prima di morire vorrei provare a farlo”. Era un modo di dire ma mi fece riflettere: perché qualcuno dovrebbe fare le cose che gli piacciono solo perché sta per morire?

Guardai con più attenzione il filmato della capra e la cosa mi sembrò fattibile: mi bastava trovare una capra, un casco e mettermi a carponi.

Fu così che ‘fare a testate con una capretta’ divenne il primo punto della mia personale lista di cose da fare perché mi va.

I preparativi iniziarono dalla cosa più semplice da trovare, il casco. L’idea era di usarne uno a scodella, come quello che avevo da ragazzino quando andavo in motorino. Era senza visiera e copriva solo la parte superiore della testa come un elmetto. Leggero e poco ingombrante sembrava la soluzione migliore per avere la massima mobilità.

Scoprii a malincuore che erano fuori commercio per via dell’omologazione così dovetti cercare un’alternativa tra i caschi per attività sportive: la scelta finale cadde su casco da alpinisti.

Risolto il primo problema ora veniva la parte difficile, trovare la capra.

Dalla mia avevo il vantaggio di abitare in campagna, in un piccolo centro urbano: in paese molti allevavano piccoli animali e di sicuro qualcuno possedeva una capra. Il problema era come spiegare a un allevatore quello che volevo fare e convincerlo a ‘prestarmi’ una capra.

“Scusi, avrei bisogno della sua capretta, me la impresta per mezz’ora?”,

“Perché?

“Per prendermi a testate”

Dovevo essere realista: anche preparando un discorso convincente, trovare qualcuno disposto ad aiutarmi sarebbe stata un’impresa ai limiti del possibile, forse anche proponendo un compenso.

Un modo per aggirare il problema ed eliminarlo alla fonte poteva essere quello di acquistare io stesso una capra ma riflettendoci meglio quella soluzione avrebbe creato più problemi di quanti ne risolvesse: dove l’avrei messa? Come gli avrei dato da mangiare? E poi quanto costa una capra?

No, comprare una capra era fuori discussione.

La ricerca di una soluzione fece soltanto crescere le domande: quanto doveva essere grande la capra e di che razza doveva essere?

Assumendo di utilizzare una capretta diciamo più piccola possibile, dovevo essere certo che la cosa fosse sicura dal punto di vista fisico, così giusto per evitare di rompermi l’osso del collo scornandomi con un caprone di montagna.

Provai a cercare informazioni sulle varie specie di capre ma nonostante l’immensa della rete, non trovai una risposta precisa. Al mondo ne esistevano una decina di specie, tutte con nomi latini impronunciabili. Le informazioni erano troppe e per capirci qualcosa serviva una laurea in zoologia.

L’unica cosa utile fu analizzare con attenzione il video che avevo visto in tv: mi diede un’idea più precisa delle forze in gioco ma soprattutto della taglia della capra da cercare. Doveva essere delle dimensioni di un cane di taglia media e senza corna.

In quel momento però un dubbio mi assalì: la capra doveva essere maschio o femmina? Forse solo le capre maschio facevano a testate mentre le femmine erano meno aggressive. Non avendo una risposta, decisi che mi sarei preoccupato della cosa una volta trovata la capra.

Fu così che tornai al problema principale: dove minchia la trovavo una capra?

Provai a chiedere in paese facendo il vago e trovai l’aiuto del mio amico Paolo: suo zio faceva il contadino e tra i vari animali da allevamento aveva anche una capretta.

Feci fatica a spiegargli quel che volevo fare ma una volta convinto che non lo stavo prendendo in giro fu contento di aiutarmi, per lui erano risate assicurate.

Qualche giorno dopo andammo insieme a casa di suo zio per fare un sopralluogo: Paolo entrò dal cancello come se quella fosse casa sua e quando gli chiesi di suo zio mi rispose che lo aveva avvertito il giorno prima e che a quell’ora era a lavoro. Doveva essere molto in confidenza con suo zio.

Dal cortile, attraversammo il prato fino a raggiungere il recinto degli animali. A vederla così, la capretta sembrava delle dimensioni giuste, forse addirittura più piccola di quanto mi aspettassi. Bastava aspettare che il padrone di casa fosse occupato con i suoi lavori ed era fatta.

Fissammo l’incontro (non saprei in che altro modo chiamarlo) per il sabato successivo con ritrovo direttamente a casa dello zio. Nel frattempo la cosa si allargò a un paio di amici, che una volta saputo quel che volevo fare, non se lo sarebbero perso per niente al mondo. Io avrei preferito mantenere la cosa tra me e Paolo ma la casa era di suo zio e la decisione spettava a lui. Da parte mia l’unico veto che imposi fu il divieto assoluto di fare foto e video.

Quel giorno tutti erano già arrivati prima di me e li trovai ad aspettarmi accanto al recinto degli animali. Fu un momento imbarazzante: quella non era una bravata venuta fuori sul momento ma l’avevo pianificata con attenzione. 

Paolo accompagnò la capretta fuori dal recinto e andammo tutti verso il centro del prato dove c’era più spazio. Feci qualche passo attorno a me per controllare che per terra fosse pulito: se in quel prato ci razzolavano gli animali poteva esserci il rischio di calpestare qualcosa di spiacevole.

Guardai la capretta con aria di sfida come se fosse un avversario salito sul ring. Ripetevo a me tesso che era stupido sentirsi teso per una sfida contro una capra soprattutto perché dall’altra parte l’animale sembrava tranquillo, forse anche troppo.

Indossai il casco e mi misi a quattro zampe di fronte alla capra. Pochi secondi a terra e il fisico mi ricordò che l’uomo cammina in posizione eretta: oltre al dolore alle ginocchia il casco faceva spessore tra la testa e il collo rendendo difficile guardare avanti.

Da quella prospettiva tutto era diverso: distinguevo uno per uno i ciuffi d’erba e gli insetti che ci passavano in mezzo. La capretta che prima guardavo dall’alto verso il basso, ora che la guardavo dritta negli occhi sembrava più grossa e minacciosa.

Tentai di iniziare lo scontro avvicinandomi alla capra ma ogni volta che mi muovevo, l’animale indietreggiava mantenendo le distanze. Dovevo trovare un modo per provocarla e spingerla ad attaccarmi ma cosa potevo fare, tirargli la barbetta?

Accennai un altro movimento in avanti ma il risultato fu lo stesso. Chissà se il ragazzo del video aveva faticato così tanto per portare la capra allo scontro.

Paolo e gli altri erano pieni di suggerimenti perlopiù inutili, intanto il tempo passava e rimanere a carponi si faceva sempre più doloroso. 

Cambiai strategia: mi alzai in piedi e mi avvicinai alla capretta di soppiatto per non farla spaventare poi la colpii con una testata dall’alto. La bestiola sembrò reagire e dopo il terzo colpo mi misi a quattro zampe rimanendole vicino. Questa volta fu lei a venirmi incontro e a colpirmi. Era fatta.

Dopo il colpo arretrai e rimasi fermo per farle prendere coraggio. Dopo un attimo di esitazione la capretta mi venne contro e da quel momento fu un susseguirsi di colpi sempre più forti: sollevavo la schiena, caricavo il colpo, trattenevo il fiato, chiudevo gli occhi e colpivo cadendo in avanti. Le botte rimbombavano nel casco mescolate alle risate e agli incitamenti in sottofondo. Testata, rincorsa e testata la cosa durò un paio di minuti.

I colpi stavano diventando violenti ed ero a corto di fiato così abbassai l’intensità fino a terminare lo scontro.

Mi alzai in piedi e feci qualche passo per sgranchirmi le gambe, la capretta invece rimase ferma come se si aspettasse di continuare: aveva esitato ad iniziare lo scontro e ora ci aveva preso gusto?

Evitai di raccogliere la sfida: per me era sufficiente ed ero contento di poter depennare il primo punto della lista.

domenica 16 novembre 2014

Nonno Vigile


Tutte le mattine percorro la stessa strada per andare a lavoro e dovendo passare davanti a una scuola materna, mi trovo invischiato nell’eterna lotta tra gli automobilisti diretti in ufficio e i bambini che attraversano la strada.

A volte riesco a passare senza rallentare ma spesso rimango imbottigliato in attesa che i marmocchi passino sulle strisce pedonali. Il problema è che sono piccoli e avendo le gambette corte, ci impiegano un sacco di tempo ad attraversare. A volte, quando li vedo camminare con lo zainetto sulle spalle e il passo incerto, mi verrebbe voglia di scendere dall’auto, prenderli in braccio e portarli io stesso fino al marciapiede; non tanto perché facciano tenerezza ma per fare prima.

Nel mezzo di questa faida quotidiana, fatta di mattine in cui arrivo a lavoro in anticipo e altre in cui ce la faccio al pelo, è comparso il nonno vigile: armato di giubbetto arancione e paletta, appena vede un bambino avvicinarsi alle strisce pedonali, si fionda al centro della strada e ferma il traffico per farlo passare.

E’ spavaldo e punta la paletta contro le auto come una croce contro i vampiri. Sembra essere consapevole del suo potere e sa bene che quell’artefatto lo erge a giudice supremo del traffico.

Sarà l’eroe che porrà fine alla lotta oppure complicherà le cose e il traffico finirà per peggiorare? Difficile dirlo perché il termine stesso Nonno vigile genera sensazioni contrastanti. La figura del nonno richiama l’istinto paterno, trasmette fiducia e senso di protezione nei confronti dei bambini; ma proprio quando lo si inquadra come una brava persona che fa volontariato, lui ti sbatte in faccia quella dannata paletta rossa.

Io ho un problema con le figure autoritarie in generale, ne sono consapevole, però come si fa a non associarlo al vigile urbano, quello che ti fa le multe e che dirige il traffico facendo passare sempre pima gli altri?

Solo il tempo potrà svelare la vera natura del nonno vigile ma sono dell’idea che queste due parole si debbano accostare solo se si parla di un vecchietto arzillo e attento.

mercoledì 27 agosto 2014

Una serata come le altre.

E' una sera d'estate. 

Durante un aperitivo tra amici il protagonista prova a nascondere l'attrazione per una ragazza del gruppo...



Lei lo fece con naturalezza, “Anch’io” disse.

In un attimo mi sfilò la bottiglia vuota dalla mano e se l’appoggiò al collo, tra la spalla e l’orecchio.

Le si leggeva in faccia il piacere del vetro freddo sulla pelle: doveva aver caldo anche lei.

Mi aveva imitato senza pensarci e fu un sollievo constatare che non era un gesto poi così strampalato.

Era un pigro sabato d’estate e stavo prendendo l’aperitivo con gli amici. Eravamo più numerosi del solito e avendo allungato il tavolo, dovetti alzarmi per prendere altro vino. Sollevai la bottiglia e mi versai quel poco che restava: se avevo contato bene, quello doveva essere il quarto bicchiere.

Mentre controllavo se c’era altro vino, lei mi passò a fianco e così rimasi con la bottiglia vuota in mano.   

Fino a quel momento non avevamo avuto occasione di parlare: io ero impegnato a discutere con un paio di amici mentre lei era seduta dall’altra parte del tavolo con le altre ragazze.

Mi ero messo in testa di non guardarla e quando mi veniva la tentazione di voltarmi verso di lei, abbassavo lo sguardo a terra. Finii per conoscere a memoria ogni sassolino sotto i miei piedi e, com’era prevedibile, alla fine mi girai.

Non riuscii a resistere. E come potevo! Era come cercare di trattenere il fiato: per quanto ci si sforzi, prima o poi bisogna respirare.

In quel momento realizzai che la sensualità sta nella naturalezza dei gesti, o almeno credo.

La vidi gonfiare le guance e sbuffare: con una mano teneva sollevati i capelli scoprendo la nuca e con l’altra si faceva aria. Per un paio di secondi avrebbero potuto dichiararmi morto: ero riuscito a resistere al suo vestito leggero ma quello era troppo.

Da quel momento in poi le diedi direttamente le spalle, tanto per farmi passare la voglia. Le ragazze hanno un radar speciale per queste cose e, oltre alle sue amiche, al tavolo c’era anche il suo ragazzo. Non potevo dare nell’occhio.

Avevo capito che c’era da soffrire non appena la vidi arrivare ma speravo di sbagliarmi: avevamo qualche amico in comune e quasi sempre, quando la incontravo, riuscivo a fare l’indifferente senza problemi.

Quel sabato ci eravamo ritrovati per caso ed ero contento che una volta tanto fossimo così numerosi. Conoscevo bene quasi tutti e mi faceva piacere vedere anche gli amici che frequentavo più di rado. 

In teoria doveva essere una serata tranquilla e senza troppe pretese. Non avevamo organizzato niente e mi aspettavo di trovare il solito gruppetto di amici, prendere l’aperitivo e poi decidere se andare a mangiare qualcosa.

A pensarci bene, quel giorno non faceva neanche così caldo.